Incontro con le Aquile Randagie a Bologna, 21 febbraio 2009

Il 21 Febbraio 2009, in coincidenza con le celebrazioni del Thinking Day / Giornata del Ricordo, ha avuto luogo un incontro Scout interassociativo con le ultime Aquile Randagie viventi al Cinema - Teatro Perla di Bologna.

Il volantino si trova sul sito del Forlì 1 FSE. Dell'incontro in generale si parla anche su Fedeli e Ribelli, Blog Silente e StoriaFse.net e sul sito del Ripe 1 FSE.

Questa pagina contiene le impressioni personali mie (Marco F., marco chiocciola storiafse.net) e di Roberto R. (Chil), gli unici due partecipanti all'incontro (a quanto ci risulta) romani e dell'FSE. In fondo alla pagina si trova anche un documento reperito da Roberto su Facebook. Per quanto ne sappiamo, non è protetto da diritto d'autore e soprattutto è una copia quasi perfetta di quel che abbiamo sentito dire da don Barbareschi durante l'incontro, quindi anche se avessimo semplicemente riferito i nostri ricordi il risultato sarebbe stato identico.

Note di Marco sull'incontro

Questo è stato davvero, com'era giusto che fosse, un evento interassociativo. Il cinema era gremito, con parecchi posti in piedi, saremo stati circa 400 persone. Sul palco c'erano gli stendardi di AGESCI, CNGEI, MASCI ed FSE. In sala, oltre a rappresentanti di tutte queste associazioni (ne abbiamo contati diverse decine dell'FSE, incluse una o due Alte Squadriglie) c'erano anche diversi soci dell'ASCI, e forse anche altri di cui non ci siamo accorti, tanta era la folla.

La prima parte dell'incontro era centrata sulla proiezione di una serie di filmati alternati, metà materiale sulle A.R. metà materiale propagandistico o cinegiornali ufficiali dell'epoca. Nella seconda metà c'è stato il dialogo con Mario Isella, don Giovanni Barbareschi e altri. Su questo, almeno per ora, lascio la parola a Roberto che ha preso parecchi appunti. A quello che scrive lui e alle parole di don Barbareschi in fondo alla pagina ho ben poco da aggiungere.

Innanzitutto, un paio di cose dette da don Barbareschi e assenti nelle note che seguono. La prima è stata "è stata la mia mamma che mi ha dato la Fede, il seminario è già tanto che non l'abbia fatta perdere": un ricordo, per ogni capo Scout, di quanto l'esempio personale che si dà con la propria vita quotidiana sia molto più importante di proclami, prediche e simili. Don Barbareschi, a chi (dopo aver ascoltato le dichiarazioni che seguono) gli chiedeva "ma come mai lei è diventato prete?" ha risposto (se ricordo bene) "l'ho fatto perché era il modo migliore di aiutare gli altri a conquistare la loro libertà".

Un'altra Aquila Randagia di cui purtroppo non ricordo il nome, raggiunta telefonicamente, alla domanda "ma come facevate a portarvi tutto il materiale (sottinteso: in un'epoca senza pullman, auto private alla portata di tutti etc..)" ha risposto soltanto "nello zaino, come se no?" con un tono che se ho capito bene dev'essere stato a metà fra lo stupito e il compassionevole. Ricordiamocene la prossima volta che occorre preparare un campo.

Oltre a questo vorrei solo ripetere a don Barbareschi e Mario Isella che sono davvero onorato di averli conosciuti e profondamente grato per quello che hanno fatto. La semplicità. l'umiltà e l'allegria di Mario mi hanno davvero colpito, ma l'intero incontro è stato un'esperienza davvero forte ed emozionante.

Marco.

Appunti e commenti di Roberto

Domande di don Barbareschi sull'educazione alla libertà

Da buon capo scout, non si è limitato a raccontarci la sua visione, ma ha cercato di tirare fuori la nostra

le domande erano:

  • "Cosa mi manca per essere capace di educare altri alla libertà e alla responsabilità?
  • "dove mi informo? quali giornali leggo?"
  • "quali sono gli atti liberi che oggi ho posto e quali condizionati? Condizionati da chi, cosa?" (esame di coscienza serale)
  • "perché ho il telefonino? Quando lo adopero? Quando è necessario o quando è superfluo?"

È rispondere a queste domande, ha sottolineato don Barbareschi, che ci rende liberi.

Appunti sulle riflessioni di don Giovanni

(Nota di Marco: alcune delle frasi citate di seguito sono presenti in parte anche nel testo inserito in fondo a questa pagina)

  • "La mia libertà è una piccola isola in un mare di condizionamenti."
  • "Non vi sono liberatori ma uomini che si liberano."
  • "Temo più la libertà in dono che la schiavitù"
  • "Vogliamo essere persone libere aiutaci Signore"

Don Giovanni e la fede

"Tra ateo e credente la differenza è tra schiavo e uomo libero. Il primo atto di fede che l'essere umano deve compiere è nella sua libertà"

"siete battezzati ma siete anche credenti? La religione si eredita, credenti si diventa. Essere religioso è credere che Dio ha il telefono, essere credente è credere che Dio mi telefona. Noi parliamo di Dio invece Dio si ascolta"

"i giovani devono innamorarsi di ciò che vogliono realizzare e non devono cercare solo ciò che è definibile. I giovani di oggi vogliono definire tutto, ma se una cosa la puoi definire è limitata dalla tua intelligenza. Se riconosci una verità che trascende l'intelligenza una verità non limitata non definibile."

A memoria ricordo ancora la risposta alla domanda "come avete potuto amare i vostri nemici?" Don Giovanni ci ha raccontato semplicemente che finita la guerra ha smesso di aiutare i partigiani e si è messo ad aiutare i fascisti, semplicemente perché aveva promesso di aiutare il prossimo in ogni circostanza, punto.

Su Mario Isella (Bufalo)

Ho preso pochi appunti sugli interventi di Mario Isella ma se possibile la sua testimonianza è ancora più radicale nell'adesione allo scoutismo. Ci ha raccontato le uscite, i campi, le imprese come qualsiasi scout che ha vissuto una bella avventura. PAZZESCO. Rischiavano di essere ammazzati e vivevano lo Scoutismo come lo abbiamo vissuto noi, con gioia ed entusiasmo. Perché lo avete
fatto? Perché era giusto così, perché avevamo promesso, nessuna eroicità, nessuna retorica antifascista.

Ho scritto anche la risposta di Mario rispetto alla realtà odierna "Quando penso ai miei nipoti sento freddo" e la risposta di Mario su come educare alla libertà "ciascuno deve sapere cosa vuole da se stesso e dove vuole arrivare".

Io ero andato a Bologna a sentire un bel racconto su una pagina eroica di Scoutismo. Invece era una riunione di formazione capi che si è conclusa con la frase "le Aquile Randagie ci sono riuscite. Dobbiamo riuscirci anche noi".

Io ho capito "dobbiamo riuscire anche noi a restare fedeli alla legge e alla Promessa. Nonostante tutti i condizionamenti che oggi minano la nosta volontà e la nostra partecipazione all'ideale Scout". Spero che nessuno abbia ridotto quella frase ad una piccola polemica partitica "loro sono riusciti a resistere più del duce, noi resisteremo più del Berluska."

Intervento di Don Giovanni Barbareschi

(trovato da Roberto su Facebook, ma è una trascrizione quasi perfetta di quanto abbiamo effettivamente sentito da don Barbareschi il 21/2/2009 a Bologna)

Sono don Giovanni Barbareschi, un prete della diocesi di Milano. Ho 87 anni. Sono un'Aquila Randagia. Non mi sento ben qualificato quando mi chiedono se sono un prete scout. Preferisco rispondere che sono uno scout diventato prete.

Credo di essere stato l'ultima Aquila Randagia che ha fatto la sua promessa il 27 dicembre 1943 nelle mani del suo capo Giulio Uccellini.

La mia famiglia era povera ed eravamo quattro figli. Mio padre non è mai stato iscritto al Partito Fascista e per questo ha avuto notevoli difficoltà nel suo lavoro. Io, balilla di 12-14 anni, ero tutto orgoglioso quando alla domenica tornavo dall adunata e raccontavo a mio padre che ci avevano portato a Messa, inquadrati, e che anche durante la liturgia avevamo tenuto in testa il nostro fez e alla consacrazione eravamo scattati sull'attenti al suono della tromba. Mio padre commentava: "Quella Messa non vale niente, perché non eravate liberi di partecipare".

Tormentata la mia adolescenza e la mia prima giovinezza: è stata tutta un'avventura alla ricerca della verità e della libertà.
Riflettendo mi sono accorto che non cercavo la verità, volevo conquistarla, possederla, farla mia, volevo che fosse la conclusione di un mio ragionamento. Cercavo l'evidenza... e invece la verità è e sarà sempre mistero. L'evidenza rimarrà sempre alla superficie della verità.

Più tardi mi sono incontrato con quella frase di San Paolo nella lettera ai Galati: "In libertate vocati estis", ogni uomo è chiamato a realizzare la sua libertà. Mi sono innamorato della libertà: è stata la parola di Dio a me, il volto che Dio mi ha rivelato.

Mi sono convinto che la distinzione tra uomini atei e uomini credenti è una distinzione culturale. La terminologia più universale e umana è quella che troviamo nella Bibbia: uomo schiavo o uomo libero.

Ho raggiunto la certezza che il primo atto di fede che l'essere umano deve compiere non è in Dio, ma è nella sua libertà, nella sua capacità di diventare una persona libera. Ho detto atto di fede, perchè la libertà della persona umana non si può dimostrare.

Ho incontrato innumerevoli condizionamenti: quelli di un patrimonio genetico, di un ambiente, di una cultura, di un educazione ricevuta, di una religione imposta. Tutto questo è vero: la mia libertà è una piccola isola in un oceano di condizionamenti, ma io - e con me ogni uomo - posso nascere come persona libera solo in quella piccola isola.

Quando mi sono venuto a trovare in una situazione storica in cui la libertà veniva negata, le persone venivano imprigionate e perseguitate per la loro appartenenza a una razza o per le loro idee, è stato logico per me mettermi dalla parte di coloro che difendevano la libertà, la libertà mia, la libertà di ogni uomo.

Per descrivere quel periodo storico il Card. Schuster, in un documento del 6 luglio 1944, documento che non ottenne il permesso di essere pubblicato, scriveva così: "...una lotta fratricida, con vittime innocenti, una lotta fatta di odio, di livore umano, una vera caccia all uomo. con metodi così crudeli che farebbero disonore alle belve della foresta". Continua ancora il Cardinale: "... ogni ufficiale che presiede a una squadra di una cinquantina di uomini si crede autorizzato ad assaltare villaggi, a incendiare cascinali, a tradurre in prigione, a torturare, a fucilare..."

A questa situazione, con alcuni amici come don Andrea Ghetti, don Enrico Bigatti, Giulio Uccellini (capo delle Aquile Randagie ) ci siamo ribellati ed nato l'OSCAR (Opera Scoutistica Cattolica Aiuto Ricercati). In un secondo tempo alla parola "Scoutistica" abbiamo ritenuto opportuno, perché meno compromettente, sostituire la parola "Soccorso".

In una prima fase ci siamo preoccupati di salvare militari italiani che non volevano aderire alla Repubblica di Salò, e militari inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento. In una seconda fase ci siamo preoccupati di salvare ebrei ricercati solo perché ebrei. Salvare comprendeva il procurare loro documenti falsi e aiutare la loro fuga in territorio svizzero.

Quante le persone che abbiamo aiutato ? Quanti gli espatri clandestini che abbiamo favorito e portato a termine ? Certamente non tenevamo registrazioni, era troppo pericoloso. Chi ha tentato di
quantificare ha scritto che il nostro gruppo ha prodotto circa 3.000 documenti falsi e ha portato a termine circa 2.000 espatri.

Questo era il nostro modo di osservare la nostra legge: aiutare il prossimo in ogni circostanza. Tra i tanti vorrei segnalare un caso solo, quello di Giulio Uccelllini che ha rischiato la sua vita per strappare dall ospedale di Varese un bambino ebreo destinato alla deportazione.

Ci siamo anche preoccupati di diffondere alcune idee ed è per questo che ho personalmente fatto parte di quella che potrei chiamare la redazione del giornale clandestino "Il Ribelle".

Tra il 1944 e io 1945 furono 26 i numeri del nostro giornale. La tiratura però di ogni numero era di 15.000 copie. Al giornale furono affiancati i Quaderni del Ribelle (11 numeri e ogni numero 10.000 copie ). Nel giornale e nei quaderni affermavamo i principi cardine della società che sognavamo di ricostruire.

Per stampare e diffondere quel misero foglio che pretendeva di essere un giornale, più di uno di noi è finito in carcere, in concentramento, più di uno non è tornato... e lo sapevamo di giocare con la morte. La redazione era composta di 6 persone: 4 sono morte in campo di concentramento o fucilate. L'OSCAR si è molto adoperato nella distribuzione del nostro giornale
clandestino.

Abbiamo scritto sul nostro giornale: "Non vi sono liberatori, ma solo uomini che si liberano". Nella prima pagina avevamo stampato la frase di Giuseppe Mazzini: "Più della servitù temo la libertà recata in dono". Abbiamo anche scritto: "L'uomo nuovo non lo fanno le istituzioni, né le leggi, ma un lavoro interiore, uno sforzo costante su se stesso che non può essere sostituito da surrogati di nessun genere: Noi influiremo sul mondo più per quello che siamo che per quello che diciamo o facciamo".

Se voi mi chiedete se la nuova società che allora sognavamo è quella di oggi, rispondo chiaramente di no.

Sembra oggi che fare politica sia prevalentemente nell interesse personale, dei propri amici, e non nell'interesse del bene comune.
Oggi è assordante il silenzio dei quadri dirigenti del mondo cattolico. Al modo attuale di intendere e di fare politica dobbiamo avere il coraggio di ribellarci.

Mi sembra fondamentale una domanda: ci siamo liberati o piuttosto abbiamo abbattuto un faraone e abbiamo assistito alla comparsa di altri faraoni? Perché il fascismo non è solo una dottrina o un partito, una camicia nera o un saluto romano.

Il fascismo è un modo di vivere nel quale ci si arrende e ci si piega per amore di un quieto vivere o di una carriera.
Il fascismo è una mentalità nella quale la verità non è amata e servita perché è verità, ma è falsata. ridotta, tradita, resa strumento per i propri fini personali o del proprio gruppo o del proprio partito.

È una mentalità nella quale teniamo più all apparenza che all'essere, amiamo ripetere frasi imparate a memoria, non personalmente assimilate, e gridarle tutti insieme, quasi volendo sostituire l'appoggio del mancato giudizio critico con l emotività di un adesione psicologica, fanatica.

A fare di noi persone libere non saranno mai gli altri, non le strutture e neppure le ideologie. Continuando il discorso delle Beatitudini non avrei paura ad affermare: "Beato colui che sa resistere, anche se il resistere oggi è più difficile perché non siamo di fronte a mitra puntati, ma siamo coinvolti in un clima di subdola persuasione, di fascinosa imposizione mediatica, che è come una mano rivestita di un guanto di velluto, ma che ugualmente tende a toglierti la libertà".

Questo invito a una resistenza è rivolto a voi giovani, è rivolto a ogni uomo che crede possibile e vuole diventare un uomo libero, senza trovare nelle difficili situazioni esterne il rifugio o la scusa alla propria pigrizia.

Termino questa mia testimonianza con le parole della nostra preghiera, la preghiera di noi, ribelli per amore: "Dio che sei verità e libertà, facci liberi e intensi: alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà. Quanto più s'addensa e incupisce l'avversario, facci limpidi e diritti. Ascolta la preghiera di noi ribelli per amore".